febbraio 19

Gerry Mulligan

Gerry_Mulligan2 RAutentico section man, polistrumentista ha iniziato a suonare molti strumenti prima di scegliere definitivamente il sax baritono come “suo” strumento. La sua rivoluzione inizia da qui, infatti – usando un parallelismo con Billy Cobhan – elevò il sax baritono a strumento solista e non più strumento di fila e di accompagnamento. Mai nessun artista ha tratto maggior profitto dalle collaborazioni e dagli scambi con gli altri musicisti, il suo percorso musicale lo vede perennemente in simbiosi artistica ed emozionale con i suoi pari.

Ha collaborato tantissimo con nomi di fama (Miles Davis, Astor Piazzola, Chet Baker, Thelonius Monk), ma anche con illustri sconosciuti, cosciente che nel panorama musicale ognuno può dare qualcosa a qualcuno. La componente umana era fondamentale nella sua vita quotidiana e nella sua musica, in effetti lui visse la musica da “arrangiatore” per questa ragione era diventato negli anni il riferimento di molti musicisti. La tecnica ed il gusto di muoversi fra le pieghe degli strumenti non lo abbandonerà mai, per questo motivo nei suoi pezzi si trovano lunghe interminabili sequenze di improvvisazioni apparentemente senza schema ma in realtà, sapientemente camuffate dal suo estro.

L’importante è partire con un pezzo, dove ti porta la tua testa ed il tuo strumento non è mai ben chiaro; questo sembra il messaggio di Mulligan. Personalmente penso che Gerry sapeva dove stava andando anzi conoscesse esattamente la destinazione prima di arrivarci altrimenti perché chiamarlo “genio”? La sua esperienza è sterminata, significativa la collaborazione con Miles Davis, che lo vede indossare la triplice veste di compositore, arrangiatore e strumentista. Fu qui che Mulligan – grazie a Davis – fondò le basi della sua anima “cool”, questa impronta resterà sempre presente nelle sue composizioni e nelle sue improvvisazioni. La consacrazione al grande pubblico – però – secondo me avvenne con Chet Baker con cui fondò lo storico quartetto senza pianoforte. Per i puristi questa scelta fu molto criticata, si pensava impossibile fare a meno dello strumento aggregante che creava l’armonia di fondo su cui far muovere gli ottoni. Pensare di sostuire il pianoforte con tromba e sax baritono è veramente una grande sfida, vinta a giudicare dagli assoli e dai duetti architettati.

Ma il sodalizio durò – ahimé pochissimo – Baker fu arrestato per droga e Mulligan dovette sostituire tromba e voce; si affidò ad Art Farmer inserendo un nuovo elemento Bob Brookmeyer con il trombone a pistoni. Destinato comunque al successo gli anni a venire lo videro impegnato nella creazione di una big band sempre “piano less” d’impronta “cool”. In questa fase Mulligan apre la sua mente anche ad altre esperienze jazz di recente uscita, mi riferisco al “free” molto vicino al suo modo di concepire la musica, improvvisazione e libertà. Lui – nonostante questi influssi – rimase ancorato al suo credo anche se, ascoltandolo attentamente, si sentono scivoloni verso la fusion.

Rimane indelebile la sua opera, Mulligan ci ha donato delle vere e proprie perle di jazz, del resto, anche la sua vita artistica è stato un vero e proprio “dono”. Muore nel ’96 per una complicazione seguita ad un’operazione al ginocchio, comunque rimane nei nostri cuori la sua musica espressa ad altissimo livello tanto da essere ricordato in un museo nella sua città d’origine Washington in cui è esposto il suo sax baritono Conn M12 che ha segnato la storia del jazz.

 

febbraio 19

Spyro Gyra

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Gli Spyro Gyra sono un gruppo musicale fondato nel 1974 a Buffalo da Jay Beckenstein e Jeremy Wall, trovando la propria identità mescolando R&B, musica caraibica, elementi pop e jazz. Riguardo al nome del gruppo Jay suggerì il nome di un’alga, Spirogyra, che egli ricordava dalle lezioni di biologia. Nacque quel nome stravagante di questo gruppo jazz sulla cresta dell’onda da ben 30 anni.

Esordirono nel 1978 con l’album Spyro Gyra, ma il loro successo fu il secondo Morning dance del 1978 che si piazza tra le quaranta migliori vendite di album negli Stati Uniti. I loro album sono stati sempre dei best-seller e i loro concerti sempre esauriti.[senza fonte] In una recente intervista Jay dichiara: la nostra musica spazia tra il jazz e il fusion contemporaneo basato sugli esecutori che mescolano i vari elementi in un suono unico,siamo rimasti aperti alle nostre idee musicali e manteniamo la nostra identità.[senza fonte]

Il contributo di Jay al sax ha trasformato molti degli odierni stili jazz più popolari.

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febbraio 19

Chick Corea

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La sua estrazione, o meglio il suo grande amore, sono le sonorità latino-americane. Si incomincia a parlare di lui a metà degli anni ’60 quando, dopo aver collaborato con molti grandi artisti, si fa conoscere con il primo album “Tones For Joan’s Bones” dove suona in quintetto, assieme a lui Woody Shaw (tromba) e Steve Swallow (contrabbasso). Successo? Poco, per questo motivo prima di uscire con un nuovo albun passeranno due anni.

Questa volta fu veramente un successo. “Now He Sings, Now He Sobs” questo il titolo è ricordato dagli amanti del jazz come una pietra miliare, è leggenda pura. Personaggi come Roy Haynes alla batteria e Miroslav Vitous al contrabbasso nel pieno della fase creativa non si trovano tutti i giorni e Chick Corea lo sa bene per questo non mette freni alla loro creatività. Questo album apre molte porte, il primo Miles Davis che lo valorizza sapientemente e concede ampio spazio all’utilizzo di strumenti elettronici (Fender Rhodes). Da lì in avanti inizia tutto un percorso di studio che lo porta verso il jazz di avanguardia collaborando con personaggi del calibro di Anthony Braxton, Dave Holland e Barry Altschul.

Dopo questa fase si arriverà sino al rock vero e proprio, l’ingresso di Al di Meola nella sua vita musicale fa sì che ancora più spinto l’uso dei sintetizzatori e dei Moog (bandiera dei gruppi anni ’70). Altro incontro fondamentale fu quello con Gary Burton noto vibrafonista dal quale fu difficile separarsi. Fu anche un discreto scopritore di talenti, con lui hanno iniziato a calcare le scene personaggi come: Dave Weckl, John Patitucci, e Frank Gambale che solo oggi definiamo autori jazz.

febbraio 19

Stanley William Turrentine

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“Immenso saxofonista”, questa è l’idea quando si parla di Stanley Turrentine. Cominciò a fare musica molto presto, lo possiamo definire tranquillamente bambino prodigio senza paura di essere smentiti. Sulle orme del fratello Tommy trombettista che collaborava in quegli anni con artisti del tenore di: Benny Carter, Earl Bostic, Charles Mingus, Count Basie, Max Roach, Dizzy Gillespie, Jackie McLean, e Lou Donaldson, si avvicinò a questo mondo. Suo fratello ebbe decisamente un ruolo importante per Stanley, lo stile e l’approccio allo strumento erano identici però ben presto prese le distanze anche grazie all’esperienza consumata in un gruppo il cui leader era Fulson e che includeva anche Ray Charles.

Il suo momento arrivò quando fu chiamato a rimpiazzare John Coltrane grazie anche alle credenziali fornite da suo fratello.Quel periodo fu una bella palestra di vita e professionale finchè nel ’60 incominciò a registare i suoi pezzi grazie all’etichetta Blue Note. Tacciato come troppo commerciale dai critici dell’epoca, “a posteriori” ritengo che il soul jazz riuscì a influenzare molti degli stili successivi in particolare disegnò l’utilizzo di alcuni strumenti, fino ad allora mal visti dai puristi del jazz, mi riferisco ad esempio: all’organo Hammond e alla chitarra elettrica. La sua “sperimentazione” trae origine dalle collaborazioni ed anche da splendide intuizioni tipo l’introduzione di elementi funk e rock al soul jazz, questa volta riuscì a conquistare anche i suoi critici più feroci.

In sintesi la sua vita musicale la possiamo dividere in tre fasi distinte: l’epoca blues, l’epoca R&B e le collaborazioni. La sua musica risente pesantemente di questi cicli vitali, ma il suo stile deriva innegabilmente da personaggi come: Don Byas, Sonny Rollins e Coleman Hawkins. Turrentine ha suonato sino alla sua morte avvenuta peraltro non molto tempo fa, nel 2000. Negli ultimi anni di vita, a dispetto delle difficoltà dovute all’età e alla malattia, si è esibito in performance live che restano nella storia. Il suo sax tenore ci mancherà e ci mancheranno anche i suoi geniali mix musicali da cui hanno tratto origine buona parte delle categorie del jazz contemporaneo.

 

febbraio 6

Marco Postacchini Octet Presenta il nuovo Album “Do You Agree?” feat. Fabrizio Bosso

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Marco Postacchini Octet Presenta il nuovo Album “Do You Agree?” feat. Fabrizio Bosso

Il sassofonista marchigiano Marco Postacchini pubblica il nuovo album “Do You Agree ? “, inciso per la Notami Records assieme al suo ottetto “MP’S Jazzy Bunch”. Al disco hanno collaborato Fabrizio Bosso e il M. Massimo Morganti della Colours Jazz Orchestra.

 

 

Edizioni Notami – Ufficio Stampa

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febbraio 6

Marilyn Crispell

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La definirei la pianista donna più delicate, ha molti prodotti al suo attivo tutti di inequivocabile ricercatezza tecnica e melodica. Inizialmente si avvicinò al free jazz, non a caso, considerato che ci troviamo negli anni ’80, in piena rivoluzione musicale. La sua carriera è segnata in maniera significativa dall’unione con Anthony Braxton in un quartetto molto valido e dall’influenza di un pianista jazz molto stimato come Cecil Taylor. Le sue composizioni e performance sono sempre legate a liriche introspettive, per questa ragione amava improvvisare.

Autentica bambina prodigio, iniziò a suonare pianoforte all’età di sei anni, proseguì fino alle superiori per poi diplomarsi al conservatorio. La musica però non la vedeva come un vero e proprio lavoro ma bensì una passione da coltivare, per questo motivo dividendosi fra il matrimonio ed il lavoro (ha svolto attività di fisiatra in diversi ospedali), ha “perduto” molto tempo. Dopo il divorzio venne a galla la volontà di cambiare vita, in quest’ottica cambiò città, cambiò lavoro (commessa in un negozio di libri) e si avvicinò alla musica jazz grazie alla conoscenza del pianista George Khan che le fece conoscere il sax di John Coltrane. Da quel momento in poi la sua vita divenne la musica, anzi il suo stile dell’improvvisazione fu così tanto innovativo da rispolverare un contesto legato a schemi estremamente classici. Iniziò a studiare jazz trasferendosi a New York, fu proprio ai Creative Music Studios che avvenne la reale consacrazione a jazzista di rango, lì trovò terreno fertile, aveva finalmente la possibilità di spaziare dove lei voleva. Si legò al gruppo di Anthony Braxton per un tour in Europa, contribuendo in tanti album. Si guadagnò la bella reputazione di innovativa e di improvvisativi, influenzata positivamente dai mostri sacri del jazz tipo Coltrane, ma creando uno stile tutto suo per questa ragione fu definita “vulcanica”. Dopo molti anni di esperienza sui palchi di tutto il mondo finalmente arrivò il momento di suonare da sola per questo fondò un gruppo tutto suo che riscosse notevoli successi in particolare nelle performance dal vivo affiancata dagli artisti che aveva conosciuto nei dieci anni precedenti.

La sua produzione però non è stata solo all’insegna del jazz d’avanguardia, parecchie sue composizioni sono melodiche, anzi per dire meglio : liriche e meditative”. Ascoltando i critici musicali si fa strada è questo il messaggio che sembra averci trasmesso Marilyn Crispell, però il suo animo all’improvvisazione non venne mai abbandonato, lo dimostrano gli stage che tiene regolarmente in giro per il mondo in cui insegna l’arte dell’improvvisazione. Stanca di viaggiare e piena di esperienza ora si dedica principalmente all’insegnamento e solo ora – forse – può definirsi realmente “vulcanica”.

 

febbraio 6

Dave Grusin

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Definire con una sola parola Dave Grusin è molto difficile, il suo nome rimbalza sulla scena jazz quando parliamo di un pianista, di un tastierista, di un arrangiatore, di un produttore, di un fondatore di una casa discografica. Si può capire solo vagamente di che tipo di personaggi sia e cosa rappresenti per il jazz.

A dispetto di così tanto “talento” Mr. Dave Grusin non mai registrato un lavoro proprio ha sempre collaborato, “prestato” il suo know how ad artisti in cui credeva veramente. Come artista si sente completamente realizzato nell’arrangiare pezzi e nello scrivere musica, è un topo da studio di registrazione; è appagato completamente dalla fase “creativa” e realizzativa. Forse questo aspetto lo ereditò dai genitori, uno violinista, il padre ed uno insegnante di pianoforte, la madre; per questa ragione iniziò in giovanissima età (quattro anni) il suo approccio alla musica.

Resta un mistero però la sua passione per il jazz, infatti, da genitori entrambi orientati alla musica classica ci saremmo aspettati un Dave concertista classico ed invece! Anche se lui stesso ammette di non aver mai ascoltato una registrazione jazz a casa con i genitori (strana a volte la vita!). Di contro però gli stessi genitori lo portarono ai concerti di Ray Brown, Ella Fitzgerald, Hank Jones, Gene Krupa, non poco…

La scelta di avviarsi alla musica avvenne per caso e poco prima dell’iscrizione al College, si dice che in origine Dave Grusin era intenzionato a prendere veterinaria poi, di punto in bianco, il cambiamento di rotta verso la musica solamente tre settimane prima di entrare nel college. I suoi studi furono una cavalcata trionfale, diploma in pianoforte e clarinetto in men che non si dica. Inizia così la sua attività come musicista presso i locali – tutto fa esperienza! – poi ci fu il trasferimento a New York per completare gli studi.

Per mantenersi faceva ciò di cui era da sempre dotato… suonava nei locali dove conobbe Andy Williams. Fu proprio grazie ad Andy che per lui si parirono le porte di un lavoro solido e continuativo in televisione. Pochi anni dopo lasciò la televisione per approdare al cinema scrivendo la colonna sonora del film “Divorzio all’americana”. Fu un vero e proprio trampolino di lancio, infatti da lì in avanti scrisse oltre 50 pezzi per il cinema racimolando tantissimi premi. Ma avendo anche del tempo libero da impiegare pensò bene assieme al suo amico Larry Rosen (ex batterista) di incominciare l’attività di produttore.

Molti artisti si misero nelle sue mani ed ebbero decisamente i risultati sperati, anche qui critica e pubblico lo acclamarono a gran voce, finchè nel 1985 ricevette il Grammy Award per il miglior arrangiamento strumentale per l’album Harlequin. Alla sua scuderia appartengono nomi famosi del panorama jazz, ricordiamo: Lee Ritenour, Diane Schuur, Chick Corea, Eddie Daniels, Dave Valentin, e Kevin Eubanks. Attualmente è uno fra i più attivi compositori e produttori jaz fusion in circolazione, molto dedito alla scoperta di nuovi talenti musicali. Per ascoltarlo come “spalla” dobbiamo attendere il 1988 epoca in cui esce un albun registrato assieme al fratello Don Grusin – tastierista – in cui i due dettano egregiamente. Al momento Mr. Dave Grusin, autentico genio musicale sembra abbia deciso di cambiare nuovamente rotta per dedicarsi ad un genere di musica non jazz, che sia nella musica classica il suo luminoso futuro?

 

 

febbraio 5

Enrico Rava

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È senza dubbio il trombettista italiano jazz più conosciuto a livello internazionale. Nasce come compositore flicornista ha nel suo carniere oltre settanta collaborazioni di cui – però – meno di venti conosciute con il suo nome.

Inutile dire che il suo modello di riferimento è Miles Davis e Chet Baker, due grandi della tromba, due autentici mostri del jazz. Gli inizi sono difficili, l’Italia non offre molto come movimento jazz, nulla a paragone dell’America; riesce, nonostante la carestia generale a conoscere un altro jazzista italiano di sicuro talento, Gato Barbieri.

Assieme camminarono per circa due anni realizzando anche buoni lavori molto commerciali. Decise allora di spaziare e girando per il mondo conosce due artisti che senza dubbio lo “svezzarono” nella giusta maniera, questi furono Mal Waldron, Don Cherry e Steve Lacy al quale si legò in un’avventura molto passionale più che professionale, sono gli anni del free.

Aver intrapreso questa passione lo mise in contatto con il grande jazz di avanguardia americano trascinato da: Roswell Rudd, Marion Brown, Rashied Ali, Cecil Taylor, Carla Bley, Charlie Haden, Marvin Peterson e compagnia cantando. Dopo un breve ritorno in Italia più per nostalgia che per ragioni professionali, capì che la strada più giusta da seguire era quella americana, per questa ragione tornò negli USA legandosi a due band di tutto rispetto che facevano capo a Bill Dixton e Carla Bley con cui incise il mitico: “Escalator Over the Hill”.

Nel frattempo collaborò “a tempo perso” con artisti del calibro di: Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Petrucciani, John Abercrombie, Joe Henderson, Paul Motian, Richard Galliano, Miroslav Vitous, Joe Lovano e Roswell Rudd.. La palestra fu dura, ma i risultati cominciarono ad arrivare, siamo nel 1972 ed Enrico Rava pubblica il suo primo album “Il giro del giorno in 80 mondi”. La sua musica, il suo stile, il suo lavoro, lo stava portanto alla ribalta, si incominciava a parlare di questo trombettista jazz italiano.

I suoi pezzi generalmente privi di pianoforte ed i suoi quartetti sono entrati a pieno titolo nella storia del jazz contemporaneo. È stato un pioniere, questo è indiscutibile, sulla cui scia il jazz italiano sta crescendo grazie ad autentici talenti come: Stefano Bollani, Massimo Urbani, Roberto Gatto solo per citarne alcuni. Il suo soul risulta all’orecchio molto caldo e passionale, passaggi semplici mai si lascia cadere nell’eccessivo virtuosismo. Il suo stile espressivo ed essenziale percorre melodie con tempi medi e lenti raramente ricorre a registri acuti spinti. Decisamente un ascolto piacevole per un artista “non conventional”.

 

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